Il rugby siamo noi 1 3771

Quando si parla di problemi, difetti, criticità legati ad un determinato ambiente, situazione o comunque a un fenomeno di massa, si tende sempre a fare lo sconto; per sconto si intende il “non fare di tutto l’erba un fascio” o a dire “non tutti”, “la maggior parte”. Ecco, questa volta no. Questa volta, citando De Andrè “Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”. Anzi, SIAMO lo stesso coinvolti. Perché nessuno, noi compresi, è esente da questo discorso.

Ma chi siamo noi?

Noi siamo i coltivatori dei buoni e sani valori, i grandi bevitori, quelli che ai tempi nostri, i giocatori che si ricordano, i genitori che si commuovono, gli allenatori orgogliosi, i dirigenti abnegati, gli spettatori fiduciosi, i commentatori entusiasti.

Siamo quelli che non si rendono forse bene conto di cosa sta succedendo.

Perché sì, sta succedendo qualcosa. Sta succedendo che qualcosa non va, che tutti lo sappiamo ma nessuno fa niente per risolvere anzi, gira la frittata a qualcun altro.

Il problema viene dall’alto come dal basso. I risultati mancano, ma inizia a mancare anche la mentalità. Il pubblico del rugby diventa sempre più legato alla sacralità del terzo tempo, di questo non possiamo lamentarcene, dimenticando sempre più spesso tutto il contesto filosofico intorno. Duole dirlo, ma il rugby fai da te è sempre più di casa.

In un paese dove l’ipocinesia è un problema non importante ma drammatico, ci lamentiamo che i bambini in campo, prima dell’allenamento, sperimentino altro. Come se veramente ancora lo potessero fare a scuola, grigi cementifici dove lo spazio dedicato allo sport è relegato al buon cuore di un insegnante o per strada.

Si continua a ingozzare ragazzi sovrappeso perché “tanto gioca pilone”, come se pilone fosse quello, come se fosse più importante della sua salute. Vediamo tecnici sbraitare, insultare, fumare in campo, non far giocare i bambini meno “forti” per vincere una partita. Genitori urlare, insultare, invece di incitare.

Passa, alle gambe”, vi ricorda qualcosa?

Club che diventano palestre per body builder, facendo esplodere crociati a ragazzi di 17 anni, giocatori delle massime giovanili bruciati prestissimo.

Ma soprattutto tutti tecnici, tutti fenomeni, tutti competenti, tutti insostituibili.

Dov’è la tanto decantata differenza col calcio, che, piccola parentesi, sarebbe ora di far decadere, perché non fa altro che renderci antipatici ai non appassionati, perché siamo sempre meglio noi. Parlo di quell’atteggiamento che se qualcuno poco poco prova a professarsi tifoso di calcio viene tacciato come eretico e messo alla gogna.

E i pochi, pochissimi che parlano, con magari un po’ più di senso di causa degli altri, fanno la stessa fine: sbranati dal circo mediatico, deferiti, allontanati, dimenticati, disprezzati. Dalle istituzioni rugbistiche e dal popolo del rugby in genere.

C’è da capire, forse, che per salvare il nostro sport dobbiamo iniziare a salvare noi stessi dalla nostra arroganza, dalla nostra Hybris. L’unica direzione in cui si puo’ puntare il dito è verso noi stessi.

Mala tempora currunt, sed maiora parantur?

Il Polemico Delinquente

 

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1 Comment

  1. Quante verità !!!!!!!!!!
    …… ma come sempre è molto più semplice incolpare altri, indicare responsabilità del sistema senza capire che il sistema siamo NOI !!!!!!!!!! rimbocchiamoci le maniche e lavoriamo TUTTI nella stessa direzione, con gli stessi obbiettivi, con rispetto dei ruoli ed onestà. Trippa per gatti ce n’è poca, ma passione ed impegno non devono mancare mai !!!!

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