Rugby e rivoluzione, il giro dell’Italia ovale in 80 treni 0 2168

L’Africa ovale

Ibrahim ha gli occhi neri e profondi, un sorriso calmo ma contagioso. “Prima ancora di essere ospite, ricordati che sei mio fratello” dice, offrendomi l’ennesimo pezzo di crostata alla crema. L’appartamento del giovane ivoriano si affaccia su una via secondaria di Casale Monferrato, picchiettata da una pioggia umida e costante che rende la cittadina grigia e cupa ormai da sette giorni. Ibrahim è senza dubbio uno dei pilastri delle “Le Tre Rose”, squadra di rugby multirazziale composta per l’80% da rifugiati e richiedenti asilo provenienti dall’Africa sub-sahariana. Nata nemmeno due anni fa grazie all’impegno e la passione del presidente Paolo Pensa e della cooperativa sociale Senape, la quale assiste un centinaio di profughi della zona, accompagnandoli lungo il cammino istituzionale (corsi di italiano, formazione professionale ecc.) in attesa che la loro domanda d’asilo venga accolta o no. Ibrahim è l’unico ragazzo del gruppo ad avere già praticato il gioco della palla ovale da bambino e mai avrebbe pensato di ricominciare un nuovo capitolo sportivo proprio qui, sul campetto scalcinato di Ronzone. Assieme a Sama, Black John, Mamadou, Frank e tanti altri ha attraversato il Mediterraneo su un barcone malandato, approdando a Lampedusa per poi ritrovarsi nel nebbioso Piemonte, dando così vita, un po’ per caso, a questa bizzarra squadra di rugby militante in serie C2, ribattezzata poi “Tre Rose Nere” per via della provenienza geografica della maggior parte dei giocatori. Togo, Senegal, Mali, Nigeria, Sudan, Ghana … ma anche Albania, Argentina, Romania e “naturalmente” Italia. Un gruppo colorito ma eterogeneo, dove il dialetto piemontese si intreccia con quel d’oltre mare, amalgamando proverbi e battute incomprensibili. Ibrahim, ripensando al suo viaggio, confida che non avrebbe mai immaginato di trovarsi qua e respirare, prendere fiato senza rimorsi come dopo un placcaggio spazza reni. “Lungo il cammino erano migliaia i pellegrini. Bambini, donne incinta, ragazzi. Abbiamo attraversato il Niger, poi la Libia, aspettando gli ordini di militari corrotti e trafficanti di uomini. Sul barcone eravamo in 85, chi urlava, chi piangeva. I libici, prima di partire, hanno puntato una torcia sulle onde del mare, indicando una fioca luce in lontananza: <<quella è l’Italia, andate sempre dritto e arriverete in poche ore>> hanno assicurato. Il mattino seguente eravamo ancora nel mar di Tunisia, stanchi, affamati e disidratati”. Ibrahim racconta, si sfoga, poi prepara il borsone e inforca la bicicletta. Solo venti minuti dopo è già in campo. Corre velocissimo e segna una meta, sfonda la linea difensiva, dribbla compagni e pure Luca, l’allenatore con uno scalda collo calato sulla fronte. A volte però, guardandolo bene, lo sguardo di Ibrahim si fa vuoto o forse guarda un mondo lontano a noi invisibile, due passi al di là dei pali ad H. Lo immagino ripensare alle sabbie bianche e letali del Niger. Ad una vita incerta e imprevedibile, come i rimbalzi di un ovale.

 

 

Questo è solo un brevissimo testo estrapolato dal progetto (tuttora in corso) “Rugby e rivoluzione” (il titolo è provvisorio) ideato da Matthias Canapini e affiancato successivamente dalle fotografie di Chiara Asoli. Il progetto “Rugby e rivoluzione – il giro dell’Italia ovale in 80 treni” consiste in un viaggio nell’Italia della palla ovale, mirato a raccontare i temi del nostro tempo quali l’omofobia, l’immigrazione, la disabilità, il carcere e tanto altro, tramite il gioco del rugby, detto di “frontiera” per via di quei microcosmi umani posti in genere ai margini della nostra società. L’intento che si prepongono gli autori è quello di raccontare storie e realtà sportive che abbiano un grande riscontro sociale sulla nostra quotidianità, sensibilizzando le persone estranee al contesto in merito ai valori formativi legati a questo sport. Il progetto è tutt’ora in corso, così come è in corso la raccolta fondi per sostenerlo,  e che darà vita a un libro composto da diari di viaggio, resoconti, fotografie, testimonianze, interviste delle persone che gli autori incontreranno o avranno incontrato lungo il cammino.

a cura di Andrea Papale

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