Figlie di un rugby minore 0 1260

Il lockdown imposto dalla pandemia di Coronavirus che ci ha colpiti duramente e ci ha portato, inevitabilmente, a compiere una serie di riflessioni che hanno riguardato ogni ambito del nostro movimento.

Per quanto mi riguarda la riflessione più grande ha riguardato il rugby femminile, o meglio, perché il rugby femminile non riesca a prendere piede e venga considerato sempre una brutta copia della versione maschile.

Il discorso che va fatto è di tipo strutturale. Dobbiamo smettere di dire che rugby femminile e rugby maschile siano lo stesso sport. Hanno certamente le stesse regole ma non possiamo negare le differenze fisiche e le diverse abilità che i due sessi possiedono. Pensare che non ci sia alcuna differenza, ci convince che il gioco debba essere giocato allo stesso modo dalle due categorie, portandoci poi a catalogare come scadente il rugby femminile.

Donne e uomini sono biologicamente diversi e queste differenze si dimostrano anche in campo. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un’enorme espansione della presenza femminile negli sport considerati fino a poco tempo fa ad appannaggio solo maschile, e ci siamo scontrati con i pregiudizi che lo sport femminile porta con sé.

Il lavoro da fare è molto grande, deve essere fatto dall’alto, ma deve essere fatto soprattutto dal basso. Sono le stesse atlete che devono pretendere una gestione che sia parimenti efficace a quella maschile. Bisogna parlare di parità, non di uguaglianza, perché questo concetto di uguaglianza soggiace anche a tutta quella serie di pregiudizi e stereotipi che il rugby femminile, e di conseguenza le atlete, si portano dietro. Sono dei concetti che troppo spesso vengono confusi tra loro. Parità significa che ognuno debba avere la possibilità di esprimere al meglio le proprie caratteristiche, tenendo conto delle differenze che ci contraddistinguono prima come individui e poi come atleti. Parità significa che ognuno debba avere il diritto di seguire un percorso che sia fatto in modo da portarlo o portarla a raggiungere il livello massimo delle proprie potenzialità.

Chiediamo che ci sia un progetto ad hoc, che non venga lasciato in mano solo a “chi non ha di meglio da fare”. In questo momento di crisi, in cui non possiamo scendere in campo a sporcarci le mani e a pestare i piedi, continuiamo a farlo dal bordo campo.

Il Coronavirus ha svelato le tante fragilità presenti nel mondo sportivo, ma dalle ceneri di una crisi può nascere una realtà migliore. Una realtà in cui il termine Italrugby comprenda gli atleti, ma anche le atlete.

 

di Chiara Salis

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