Giamba Venditti si racconta: “Il rugby italiano ha bisogno di cambiare” 0 925

Ho iniziato a giocare a rugby ad Avezzano nel 2009, attratto da questo magnifico sport al quale il mio fisico diversamente gracile si prestava molto facilmente (naturalmente prima di scoprire che si dovesse anche correre). Non ho mai avuto grandissime ambizioni, almeno non prima di conoscere Giovanbattista Venditti, un esempio lampante del sacrificio sportivo che porta ad ottenere grandi risultati senza mai peccare di superbia. Succede che Giamba, nel Sei Nazioni del 2012, durante la partita con la Scozia, segna una meta sotto la curva sud dell’Olimpico; io ero seduto lì, insieme ai miei compagni di squadra, sui seggiolini blu a strafogarmi di pizza unta e di tè alla pesca. Ancora oggi non saprei spiegarvi a parole la gioia che ci ha travolto quando Giamba ha segnato, perché per noi aveva segnato la nostra città, era stato uno di noi che, attraverso l’ausilio delle sue grandissime gambe, era riuscito ad arrivare lì, emergendo tra moltissimi talenti. La cosa davvero strana è stata che, per la prima volta in 14 anni di vita, qualcuno era riuscito a far passare il mio cibo in secondo piano, regalandomi inconsapevolmente una forte voglia di diventare qualcuno, la voglia di diventare un esempio per la mia città e per la mia gente.

L’umiltà che lo ha sempre contraddistinto lo ha portato, dopo un percorso rugbistico encomiabile, alla scelta di terminare la sua carriera dove tutto è iniziato, diventando a tutti gli effetti un mio compagno di squadra, nonché il responsabile dello sviluppo del club che per la prima volta ci ha messo l’ovale in mano. Il caso ha voluto che, in un pomeriggio di giugno, ci siamo ritrovati seduti allo stesso tavolino di un bar del centro di Avezzano, a parlare di tante cose. Abbiamo parlato di cibo, di libri, della fondamentale importanza che ha la figura dell’allenatore nel minirugby, del futuro del rugby in Italia tra bagliori di speranza e forti incertezze, passando anche per i valori che si trovano alla base della nostra cultura sportiva. Ecco a voi la mia intervista a Giamba.

Ciao Giamba, iniziamo con una domanda difficile.

Cosa hai mangiato durante la quarantena?

Ho grigliato un giorno sì e l’altro pure. Quindi arrosticini, braciole, carne di tutti i tipi a gogo. Mentre tutti gli altri personaggi proponevano challenge sportive, io continuavo a grigliare qualsiasi cosa mi passasse davanti. Consiglio a tutti di passare la quarantena in Abruzzo.

Quali sono i tuoi 3 film preferiti?

  • L’ultimo Samurai
  • Le riserve
  • La saga degli Avengers (sono un Marvel dentro)

Serie preferite in assoluto?

White Collar e How I met your mother, ma soltanto se la si guarda dal primo episodio e in ordine, non come la proponeva Italia 1.

Top 3 libri che hai letto

  • Mai dire ma Jocko Willink
  • Partire dal perché di Simon Sinek
  • L’arte della vittoria di Phil Knight

Avversari che non vorresti mai più rincontrare?

Tommaso Boni, per fortuna ho sempre giocato insieme a lui, anche perché non saprei come fermarlo da avversario.

Scherzi a parte, l’unico che non vorrei mai più rincontrare è Nadolo, 1.97, 126 kg, ala. E non aggiungo altro.

 

Impatto fisico peggiore?

Decisamente quello con Alesana Tuilagi: abbiamo scisso l’atomo con l’impatto in SudAfrica, siamo rimbalzati come due beyblade a 200 all’ora. Si dice che per l’effetto butterfly in Antartide si sia staccato un iceberg. Conseguenze: tre costole rotte di cui mi sono accorto a fine partita quando l’adrenalina è sparita.

La notte successiva ho dormito con la luce accesa, non avevo la forza di alzarmi per spegnerla.  

Impatto psicologico peggiore?

Clermont-Aironi del 19/11/2011, ricordo ancora perfettamente quella data. Centenario del Clermont e dovevamo affrontarli nell’Heineken Cup: fuochi d’artificio, tamburi, 60000 persone e noi che sembravamo agnellini da sacrificare. Risultato finale: 54-3.

Allenatore preferito del minirugby?

Daniele Pacini, lui è stato per me un secondo papà. Mi firmava le giustificazioni per la scuola, parlava con i professori e mi ospitava sempre a vedere le partite a casa sua. È stata una figura di fondamentale importanza per la mia formazione rugbistica e non. Sarò sempre dell’opinione che tutti i ragazzini, nel minirugby, abbiano bisogno di una presenza di questo tipo per trovare sempre la forza di andare avanti di fronte alle difficoltà.

Qual è stato il trofeo più bello che hai vinto? E perché proprio il “Delinquente dell’anno”?

Ricordo con piacere l’europeo che abbiamo vinto con l’under 20 in Portogallo, che naturalmente è frutto di una serie di vittorie in campo. Però c’è da dire che nulla potrà mai rendere giustizia al premio “Delinquente dell’anno” che viene scelto dai tifosi, quindi indipendentemente dai risultati. Ne approfitto per lanciare un appello ai vertici dei Delinquenti: sto per ultimare casa mia a Piacenza, vi manderò l’indirizzo dove dovrete spedirlo.

 

Come fai ad avere le cosce così grosse? Sei nato facendo squat con il cordone ombelicale sulle spalle?

Qua c’è da ringraziare la genetica e mio papà che da bambino mi portava in montagna, sulla Madonna di Pietraquaria e, una volta arrivato al valico, mi lanciava la sfida della corsa a ginocchia alte fino ai ripetitori, delle antenne che si trovavano ancora più in alto, ci si arrivava percorrendo 200 metri di salita ripida: vi dirò che a me sembravano chilometri.

Se tornassi indietro, cambieresti qualcosa della tua carriera sportiva?

Non sarei tornato così presto dall’Inghilterra e avrei dovuto quindi rispettare il contratto che avevo, che prevedeva che dovessi stare lì 3 anni. La mia famiglia si trovava molto bene, io stavo imparando molto e i miei figli stavano cominciando a parlare benissimo l’inglese. Nonostante il rientro, sono stati comunque costruiti bei ricordi. E poi, diciamocelo, non ci sarebbe stata la mia famosa meta col Sudafrica se non fossi tornato.

Cosa ti aspetti per il futuro del rugby italiano?

Il futuro del rugby italiano è imprevedibile, perché come in tutte le cose il valore lo danno le persone. Con le persone giuste si può prospettare un roseo futuro, con le persone sbagliate si rischia di cadere nel baratro, la vedo dura. Per fortuna a breve ci sarà una possibilità tangibile di cambiamento, spero che si coglierà l’opportunità di dare una svolta in positivo a tutto il movimento. Sarebbe bene che i giocatori, il vero cuore pulsante di questo sport, venissero ascoltati di più e avessero più voce in capitolo, perché tutte le decisioni prese li riguardano molto da vicino.

Giamba dai, tocca a te! Che domanda vorresti farmi?

Fammi pensare… il numero massimo di reset in mischia consecutivi che hai affrontato

Otto reset di mischia… al secondo ero già in apnea, al quinto ho avuto un’apparizione e all’ottavo non so neanche se effettivamente stessi ancora giocando. Non lo auguro neanche al mio peggior nemico.

Che domanda vorresti che ti facessero?

Una domanda sui valori del rugby

Troppo facile, te la faccio complicata.

Siamo tutti a conoscenza dei grandi valori che si predicano all’interno del rugby, ma questi vengono effettivamente esercitati nel nostro movimento? In che modo questi valori influiscono sulla crescita del rugby in Italia?

Siamo fortunatissimi, perché il nostro sport ha dei valori altissimi, che vengono spesso utilizzati in dei parallelismi che rispecchiano la vita privata e lavorativa. Il problema risiede nel decantare e non vivere a braccetto con questi valori. Le azioni devono rispecchiare questi principi e non devono discostarsene, ci deve essere un riscontro pratico e visibile per quanto riguarda tutti i soggetti coinvolti all’interno del movimento, si tratti di allenatori, giocatori, dirigenti o chiunque faccia parte dell’ambiente . Penso che sia sbagliato liquidare il tutto con la solita frase di circostanza “In Italia non c’è la cultura del rugby”, perché la cultura va costruita ponendo alla base quei tanto acclamati valori, rendendoli delle linee guida comportamentali per le società e per gli atleti, senza elencarli per poi lasciarli limitati all’effimero, per esempio per convincere uno sponsor.

Ok, siamo diventati troppo seri. Ma tu nell’orata all’acqua pazza ce li metti i pachino o no?

Pachino sempre, danno quella marcia in più.

Saluti

Saluto tutti i Delinquenti con la speranza di riuscirci a vedere tutti insieme e a tombarci l’un l’altro.

Dediche

 

Dedico quest’intervista ad Ale Zanni e a Lorenzo Cittadini, che si sono appena ritirati e avrebbero potuto giocare fino a 40 anni. Spero di aver dato loro, con quest’intervista, un po’ di coraggio per tornare a giocare.

 

Di Federico Laguzzi

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