John Carlin ci racconta Mandela 25 anni dopo la finale dei Mondiali 1995 0 574

Il 24 giugno 1995 a Johannesburg andava in scena la finale della Coppa del Mondo di rugby tra Sudafrica e All Blacks. In palio non c’era solo un trofeo, ma anche il destino dell’intera Nazione sudafricana che Mandela stava costruendo scommettendo tutto sugli Springboks.

Routine. Se fosse possibile descrivere la figura di Nelson Mandela con solo una parola, una mera illusione, forse una delle più appropriate sarebbe proprio questa. Nel corso della sua vita ogni singolo gesto da leader politico, e non solo, si è basato su dei principi a cui difficilmente Madiba ha rinunciato. Ragionare prima di agire, calcolare ogni possibile soluzione a un problema, conoscere i propri avversari, porsi sempre con garbo nei confronti degli altri, affascinare con la sua retorica i propri ascoltatori e non rompere mai la propria routine.

Questa è stata una parte fondamentale della sua vita. Trascorrere 27 anni in prigione potrebbe portare chiunque a cambiare il proprio modo di fare e di essere. Ma Mandela non è chiunque e, nonostante la sua cella a Robben Island per 18 anni fosse larga 2,59 metri di lunghezza per 2,3 per larghezza, ha sempre tenuto fede ai suoi principi. Forse a salvarlo è stato proprio il suo rigido attaccamento alla quotidianità, a quei gesti ripetuti costantemente, che lo hanno portato poi a essere l’uomo e il politico che tutto il mondo conosce oggi.

Non ha abbandonato questi gesti quando ha iniziato a trattare in gran segreto con il Governo afrikaner la propria liberazione e la liberazione dal Sudafrica dall’apartheid. Non lo ha fatto quando l’11 febbraio 1990 è uscito ufficialmente dalla prigione di Città del Capo dove era prigioniero. Ha continuato anche durante la campagna elettorale che lo ha portato a governare il paese nel 1994 e ha tenuto fede alla sua quotidianità anche il giorno del suo insediamento in cui ha giurato davanti a milioni di sudafricani.

C’è stata una sola occasione in cui però anche lui ha dovuto cedere e rompere la propria routine.

Era il 24 giugno 1995. Mandela era solito alzarsi alle quattro e trenta del mattino, lavarsi e vestirsi subito, piegare il pigiama e rifare il letto, cosa che faceva anche quando si recava in altri paesi per incontri politici e che in più occasioni ha lasciato i vari addetti alle pulizie imbarazzati e stupiti. Subito dopo era solito fare una corsa di circa un’ora, al tempo della reclusione a Robben Island era costretto a farlo sul posto mentre quando fu trasferito a Città del Capo i suoi compagni di cella si lamentavano del fatto che con i suoi passi svegliasse tutti all’alba.

Quella mattina però decise di fare colazione immediatamente, facendo dormire un’ora in più le sue guardie del corpo che erano pronte a seguirlo nel suo giro mattutino. Scesa in cucina e per la prima volta in vita sua, come dichiarò lui stesso, era stranamente nervoso. Non lo era mai stato prima, ma quel pomeriggio a Johannesburg sarebbe andata in scena la finale della Coppa del Mondo di rugby tra il suo Sudafrica e gli All Blacks. Quella che per molti a prima vista può sembrare solo una “semplice” partita, rappresentava in realtà la più grande scommessa del Presidente Mandela che faceva parte del più ampio progetto di creazione del nuovo Sudafrica.

Tutto questo lo sa bene John Carlin, giornalista e scrittore inglese, autore di uno dei più famosi libri sulla figura di Mandela e del ruolo del rugby nella creazione del nuovo Sudafrica, Playing the Enemy: NelsonMandela and the Game that Made a Nation, da cui è stato poi tratto il film di Clint Eastwood Invictus. Siamo riusciti a fare quattro chiacchiere insieme a lui per rivivere a distanza di 25 anni quel giorno e tutto quello che ha poi rappresentato.

La cosa incredibile di quella partita era rappresentata da una serie differente di fattori: lo spettacolare cammino che entrambe le squadra avevano percorso fin lì, i leggendari giocatori che sarebbero scesi sul terreno di gioco, ma soprattutto quel senso di appartenenza e comunione che tutti gli spettatori del mondo avevo nei confronti degli Springboks. Ma Carlin dov’era quel pomeriggio?

Io ero a Washington. Avevo finito di lavorare come corrispondente dal Sudafrica nel gennaio 1995. Ho visto la partita in un bar, dove c’erano duecento persone e tutte erano sudafricane. Era come essere a Johannesburg ma a Washington. L’atmosfera era completamente sudafricana.

Ma cosa sarebbe accaduto se quel giorno gli All Blacks avessero vinto la partita? Sarebbe stato possibile raggiungere l’unità nazionale per il Sudafrica?

Credo di sì. Voglio dire, penso che la cosa veramente importante sia stata che prima che la partita iniziasse tutti, bianchi e neri, volessero vedere il Sudafrica vincere. Era la prima volta probabilmente nella storia del Sudafrica in cui tutti, neri e bianchi, condividevano lo stesso obiettivo. Quella era la cosa fondamentale. Quindi se fossero stati tristi per la sconfitta, sarebbero stati tristi tutti insieme. Vincere è stato un extra. Ma penso che il grande desiderio di Mandela e dei giocatori sia stato quello di convincere un pubblico sudafricano nero molto scettico a spingere tutti insieme per la vittoria della Coppa del Mondo. La mattina della partita, prima del fischio d’inizio, tutto il paese voleva guardarla alla TV e l’intero paese voleva vincere

Visto tutto il grande lavoro portato avanti su questo tema, nonostante Carlin sia nato in Inghilterra, ipotizziamo abbia ormai un debole per la nazionale verde e oro. La sua risposta ci lascia di sasso:

Non sono molto interessato al rugby. Ci giocavo da ragazzo quando andavo a scuola e avevo 13-14 anni. Mi piace guardare le grandi partite, ma se mi chiedete ora chi sono i più famosi giocatori di rugby del mondo non lo so. Quando ci sono i Mondiali voglio che il Sudafrica vinca, quindi sono stato molto felice della vittoria dell’ultima Coppa del Mondo, ma saprei dire il nome solo di due o tre giocatori della squadra. Se volete chiedermi qualcosa sul calcio potete farmi tutte le domande che volete (ride, ndr).

Per citare una famosa frase di Carlo Bonini:

Esistono giorni che scrivono la storia. Esistono partite che segnano il destino di un popolo e riconciliano l’umanità. Il 24 giugno 1995, a Johannesburg, la storia, una partita, il rugby si sono dati appuntamento per non essere mai più dimenticati.


A 25 anni di distanza, aggiungiamo noi, è ancora così.

Di Lorenzo Giannini

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