Lettera a ogni rugbista 1 4032

La notizia che speravamo non arrivasse mai è giunta da qualche giorno ormai, mio caro rugbista.
Pare che la decisione sia inamovibile, le conseguenze di una tale emergenza si sono inevitabilmente ripercosse su ciò che tu ami di più, su ciò che noi amiamo di più, il rugby.
So già cosa sia il rugby per te; senza che io te lo chieda, so perfettamente quante gocce di sudore abbiano già levigato la tua fronte cicatrizzata, accarezzato il tuo sopracciglio irregolare, quante di queste si siano timidamente incanalate sul tuo setto che non è più nasale, ma sinusoidale; e so anche quante altre di queste abbiano percorso tutto il tuo corpo, avendo pietà delle tue spalle, empatia per il tuo petto, fino a mischiarsi con quelle dei tuoi compagni e con quelle dei tuoi avversari, come se fosse una specie di ricorso indiretto alla sacralità di un rito, celato dietro quella che noi definiamo normalità, senza dare mai nulla per scontato.
Conosco le tue spalle, ne hanno viste di tutti i colori, ne hanno sentite di ogni tipo. Ora sono lì che pulsano, sembra che anche loro abbiano un cuore che non si può spiegare in termini scientifici, un’anima che ha bisogno di essere liberata per poter dar vita a quelle vibrazioni che solo io e te possiamo capire. Ti sembrerà strano, ma conosco anche le tue gambe e non sono di certo una cosa da chiunque. Sono proprio quelle che, tra una calcificazione e un’altra, un formicolio e un dolore, ti permettono di farti carico di ogni situazione, di andare avanti nella nostra filosofia trita e ritrita della continuità, che oggi più che mai ha una miriade di riscontri pratici.
Prima di tutto, però, conosco la tua testa, la tua mentalità; oggi più che mai risulta fondamentale riuscire ad avere ben chiaro nella testa il nostro punto felice, posizionare tra una concussion e un’altra il bagaglio immenso che questo sport ci ha affidato finora.
Chiudi gli occhi e prendi allora le tue cose, prendi l’odore dell’erba appena tagliata, quello del fango, quello dello spogliatoio, quello della domenica, quello del terzo tempo e quello del culo della prima linea, ammesso che tu sia una seconda. Prendi il suono che fa il cancello del campo mosso dal vento, un cigolio piacevole, di quelli impossibili da trovare; prendi la sinfonia dei tacchetti che trascinano il tuo battito cardiaco nello stesso ritmo, degno dei migliori compositori della storia.
Prendi il vociare dei tuoi compagni e immagina di essere lì, ora, nel cerchio; ti si contrae l’avambraccio per quanto stringi forte a te il tuo vicino.
Sei ancora con quella sensazione della mano stretta alla maglietta del tuo compagno?
Sappi che non devi allentare la presa neppure per un momento, almeno non prima di aver riposto il tuo bagaglio in un posto sicuro.
Perché devi sapere che molto presto ti servirà, tornerai a prenderlo e sarà bellissimo ricominciare da quello.
di Federico Laguzzi
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1 Comment

  1. Mi rivedo completamente nelle parole di Federico Laguzzi
    Spesso di notte mi sveglio dopo, aver giocato una partita estenuante che non finisce mai, con i dolori alle spalle. Poi mi accorgo che sono i tendini rotti che mi riportano alla realtà.

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