L’incredibile storia della rinascita di Robert Paylor 0 1999

È il 6 maggio del 2017: i California Golden Bears dell’università di Berkeley sono sul campo di Santa Clara, Arkansas, per disputare un incontro del campionato nazionale studentesco di rugby.

Nei primi minuti della partita, accade un qualcosa di spaventoso: Robert Paylor, giocatore di Cal, rimane invischiato in una maul, il suo avversario lo tiene stringendogli il braccio intorno al collo, la maul crolla, Robert rimane a terra. Immobile. Completamente.

Viene soccorso da una barella e portato immediatamente all’ospedale di Santa Clara, dove la risonanza magnetica dà un responso terribile: tre vertebre cervicali di Rob sono andate in frantumi, danneggiando gravemente il midollo spinale. Possibilità di tornare a camminare: prossime allo 0.

Tutto precipita ulteriormente però: come racconta il San Francisco Cronichle, Rob viene trasferito in una clinica in Colorado specializzata nelle terapie per il recupero dalle lesioni spinali, ma in corsia contrae una polmonite gravissima. In poche settimane Rob perde quasi 30kg, ma resiste, nonostante senta costantemente i dottori attorno a sé dire “la tua vita non sarà più la stessa”.

Sconfitta la polmonite, inizia la riabilitazione: dopo sei mesi di lavoro con i fisioterapisti, Rob può muovere solo un dito della mano, ma può contare sull’affetto della madre, che per 11 mesi ha dormito su una sedia accanto al figlio, e sulle ingenti donazioni da parte di tanti cittadini, che su gofundme raccolgono un milione di dollari per sostenere la famiglia Paylor nel pagare le cure.

La storia di Rob diviene famosa in tutto il paese, anche perché lui, mantenendo alto lo spirito, documenta tutto il suo percorso sui social, passando da sessioni dure di lavoro fisico a momenti di divertimento, come quando riceve la visita di Bill Murray.

 

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Thank you to my great doctor. Through your diagnosis and treatment I have done amazing things. Awesome one-liners too

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Terminato il ricovero, Rob torna a seguire le lezioni a Berkeley, ma la sua squadra non lo lascia solo: il coach, Jack Clark ha infatti realizzato un piano molto accurato, secondo cui il giocatore sfortunato avrebbe avuto un compagno di squadra ad assisterlo negli spostamenti di aula in aula e un vero e proprio team di amici a sostenerlo durante le sessioni di riabilitazione, che intanto procedono di bene in meglio. È proprio in palestra che Rob conosce un uomo determinante per il suo destino: Tom Billups.

Il tecnico dei Golden Bears si iscrive a un corso di neuroplasticità proprio per sostenere Paylor, che nel frattempo inizia a rialzarsi dalla sedia a rotelle.

 

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Back in the laboratory

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Tramite quattro o cinque sedute di allenamento a settimana, Rob acquisisce notevole mobilità e torna a pesqre 90kg: un autentico miracolo. Sì, perché la lesione spinale di Paylor è incompleta e ciò vuol dire che un piccolissimo cordone di midollo è rimasto attaccato alla colonna vertebrale, lasciandogli un barlume di speranza.

Gli obiettivi di Rob erano due: utilizzare molto meno sedia a rotelle e deambulatore, ma soprattutto, eliminare la rabbia nei confronti del giocatore che gli ha causato questo terribile trauma.

Proprio riguardo questo nuovo spirito con cui ha affrontato la malattia, Rob ha dichiarato:

All’inizio ero davvero arrabbiato con lui e volevo che sapesse quanto mi faceva male, o che almeno provasse un po’ di rimorso.

Ma quel momento di perdono è stato così importante per me:  spero che molte altre persone possano vivere il perdono, perché è davvero importante lasciare andare quei fattori incontrollabili a cui possiamo dare così tanto potere e che possono consumarci. Cose per cui non possiamo fare nulla.

Io certamente l’ho fatto.

Il recupero procede ancora e continua a migliorare a vista d’occhio, ma ieri, a tre anni esatti da quel giorno di maggio in cui la sua vita da giovane astro nascente del rugby americano ha ricevuto una drammatica battuta d’arresto, Rob ha voluto rivivere quei momenti, postando su Instagram la foto della sua divisa, tagliata in ospedale nei minuti in cui la sua sopravvivenza era in bilico e ora ricomposta e incorniciata:

Esattamente 3 anni fa, oggi, questa uniforme mi è stata tagliata dal mio corpo. Sono 1.096 giorni di combattimento, e mi dà tanto orgoglio dirlo. Sono passato dall’essere stato avvertito che non avrei mai più camminato o mosso le mani, a far sì che i miei muscoli si contraessero, a rimettermi in piedi camminando, a condividere ora il mio viaggio con gli altri per spingerli a raggiungere i loro obiettivi.
Festeggio questo giorno con un altro allenamento, godendomi il dono che mi è stato fatto di stare in piedi e di camminare. Provo un profondo senso di gratitudine per i progressi che ho fatto finora e per le persone che mi hanno aiutato ad arrivare qui.

Ho avuto accanto diversi professionisti medici che mi hanno detto che la ricerca mostra che il periodo di recupero ottimale per un infortunio come il mio è di 3 anni. Dopo di che non dovrei aspettarmi di vedere alcun progresso. Mi rifiuto di lasciare che questo accada. MI RIFIUTO DI ESSERE UNA STATISTICA. Se c’è una cosa che ho imparato in questi ultimi tre anni è che un lavoro incessante e una volontà indistruttibile possono raggiungere qualsiasi risultato. Non vedo l’ora di continuare a ridefinire ciò che è possibile.

 

Di Alessandro Ferri

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