L’unica cosa buona 0 4058

“Il rugby e lo sport vivono di rispetto, di passione: noi avevamo il diritto di giocare questa partita, a prescindere dal fatto che il risultato fosse scontato. Non si possono prendere delle decisioni del genere. Non è giusto“. Alcune volte le parole squarciano la quiete come un tuono che avverte l’arrivo di una tempesta. O di un tifone, magari. Ed è proprio un tifone – Hagibis, questo il suo nome – ad aver costretto gli organizzatori della Rugby World Cup ad annullare il match tra Italia e Nuova Zelanda in programma sabato a Toyota. L’ultima partita del Mondiale azzurro non si disputerà. Non una partita qualunque.

Le parole sopra riportate escono a caldo dal cuore di Sergio Parisse. Per il capitano azzurro, a meno di miracoli della bio-meccanica, quella contro il Sudafrica si è trasformata nell’ultima partita disputata in un Mondiale. A lui si aggiungono due mostri sacri del rugby italiano: Alessandro Zanni e Leonardo Ghiraldini. Giocatori che hanno dato l’anima per l’ovale e per l’azzurro, che di sicuro avrebbero immaginato una diversa passerella per il loro inchino al rugby mondiale. “Non è giusto“. La chiosa di capitan Parisse rimbomba nelle redazioni dei media nazionali e internazionali. Una flebile eco alle parole del giocatore più rappresentativo della storia del rugby italiano arriva dalla Federazione Italiana Rugby e dal suo presidente Gavazzi che dichiara dispiacere, rammarico e comprensione per le scelte effettuate dal board giapponese. Semplice comunicazione istituzionale.

Ma “non è giusto“. Non è giusto neanche per i giovani Zilocchi e Fischetti che hanno dovuto abbandonare in fretta e furia il proprio quartier generale per volare dall’altra parte del mondo e sostituire gli infortunati Ferrari e Riccioni. Perché comunque anche un solo minuto giocato contro gli All Blacks vale 13 ore di viaggio verso 9 ore di fuso orario. Mi viene da dire che li vale anche un solo minuto giocato con la maglia azzurra addosso. E quindi “non è giusto”.

Non è giusto neanche, ma forse soprattutto, per i tanti tifosi italiani al seguito della nazionale azzurra a cui verrà negata la possibilità di vivere un sogno (per il quale hanno magari sborsato una barca di soldi).

Ma la natura è una madre meretrice, per citare una delle Leggi di Murphy. E nonostante l’avanzamento tecnologico giapponese, anche per il popolo del Sol Levante è difficile prevedere il percorso di un tifone. Certo, sarebbe stato opportuno prevedere un piano B in casi come questo, ma fatto sta che questa partita – così come Inghilterra-Francia – non si giocherà.

L’unica cosa buona, forse, in tutto questo marasma, è che l’annullamento della partita contro gli All Blacks e il pareggio (uno scialbo 0-0) previsto dal regolamento in casi di questo tipo, ha riportato il rugby italiano in prima pagina. Quella che avrebbe dovuto essere una passeggiata di salute per la marea nera e l’ultimo atto dell’ennesima insoddisfazione azzurra ha creato frastuono in assenza.

Media locali, nazionali, internazionali, strilloni del web e dei social hanno rilanciato la notizia. Gli ironici – non quelli seriali come noi, che pur abbiamo sfruttato l’onda – hanno sottolineato come questo sia l’unico modo per l’Italia di fermare gli All Blacks. Personaggi che stanno al rugby come noi staremmo a un convegno di fisica nucleare hanno gridato sarcasticamente all’impresa.

Insomma, tutta l’Italia per quindici minuti di modesta gloria, è tornata a riconoscere il colore azzurro anche nelle cuciture di una palla dalla forma stravagante. “Non è giusto” direte voi, non per questo per lo meno. Ed effettivamente è così. Ma nel bene o nel male, purché se ne parli diceva Oscar Wilde. Ci basterà attendere domani mattina per capire se, ancora una volta, il rugby italiano verrà sbattuto sulla prima pagina di un cartaceo per curiosità o se potremo continuare serenamente a leggere il nostro giornale dalla fine.

di Andrea Papale

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