Perché non potete prendervela se l’Italia perde 1 3588

Domani la nostra nazionale ospiterà il Galles allo stadio Olimpico (Kick-off alle 17.45, diretta su Dmax) in una partita che si preannuncia come sempre tutt’altro che semplice.

Vero, la squadra di Gatland ha optato per un massiccio turnover (la panchina gallese sarà composta da Ryan Elias, Wyn Jones, Dillon Lewis, Alun Wyn Jones, Ross Moriarty, Gareth Davies, Gareth Anscombe, Hallan Amos), ma i giocatori scelti non sono comunque gli ultimi arrivati e la cosa ci fa trovare nella spiacevole situazione di dover affrontare una squadra composta da ragazzi che hanno questa e solo questa occasione per dimostrarsi all’altezza degli “altri”.

Se in più ci mettiamo che il Galles è imbattuto da 10 partite e che nel suo cammino ha incontrato anche squadre come Argentina, Scozia, Sudafrica, Australia e Francia, il quadro non è dei più rosei.

Stiamo facendo (perdonate l’espressione poco felice) il funerale con il caro ancora in vita? Probabile.

Quello su cui volevamo però riflettere è un altro punto: se l’Italia uscirà sconfitta dall’incontro di domani, non potremo e non potrete prendervela in alcun modo.

Questo vale però sia per Italia-Galles che per praticamente ogni altra partita della nostra nazionale nel Sei Nazioni.

Ci sono ragionamenti di vari ordini che si possono fare su questo assunto, ma partiamo dalle considerazioni più discorsive e poi valutiamo i numeri:

Ogni volta in cui i nostri ragazzi scendono in campo andrebbero ringraziati per il fatto che andranno a dare il loro massimo (e su questo non ci piove perché impegno, dedizione e attaccamento alla maglia non sono mai mancati e sicuramente non mancheranno mai) contro delle squadre che sono più preparate e storicamente espressione di movimenti meglio strutturati.

Questo non deve però essere un alibi: i miglioramenti nel gioco espresso ci sono e sono evidenti, come evidente è il lavoro di Conor O’Shea e del suo staff nella crescita di un gruppo giovane e forse mai così ben rodato. Basti vedere una partita di quattro o cinque anni fa e compararla ad oggi. Tralasciando il risultato, il gioco è più sicuro, improntato all’esplosività di talenti come (contando anche gli infortunati) Campagnaro, Minozzi, Polledri, Steyn; una squadra in cui Capitan Sergio Parisse è punto di arrivo e simbolo, sublimazione talentuosissimdella meravigliosa eccezione che è la sua storia sportiva.

La strada è ancora lunga e non si può fare un focus solo sul risultato.

Prendiamo la partita con la Scozia di settimana scorsa: la frustrazione non dovrebbe derivare dalla sconfitta in sé, ma dai piccoli errori individuali che hanno indirizzato la gara verso un 33-3 che, vuoi per uno scatto di orgoglio azzurro, vuoi per un calo scozzese, è diventato un 33-20 amaro.

In parole molto semplici: non dovremmo prendercela perché gli azzurri perdono, ma per come si configurano le sconfitte. Perdere a Twickenham nel 2017 dopo aver “rotto” il sistema di gioco inglese è la pietra angolare di un sistema di crescita che deve puntare su prestazioni come queste; perdere per delle sciocchezze individuali nei momenti clou non lo è.

Arriviamo però ai numeri:

L’Italia, dicevamo, si scontra perennemente con delle squadre che sono espressione di movimenti storicamente meglio strutturati.

Basta confrontare le date di esordio delle sei nazionali che si contendono il trofeo europeo più ambito:

Inghilterra: esordio internazionale nel 1871

Scozia: esordio internazionale nel 1871

Irlanda: esordio internazionale nel 1875

Galles: esordio internazionale nel 1881

Francia: esordio internazionale nel 1906

Italia: esordio internazionale nel 1929

I numeri ci raccontano di un movimento sportivo nazionale nato molto in ritardo rispetto agli altri, ma c’è di più. Guardando i numeri non emergono le differenze culturali di un tessuto sociale (quello anglosassone e più timidamente francese) che ha accolto il rugby fin dagli albori e che ha potuto contare su strutture di livello e sul supporto di scuole, istituzioni e tecnici che si sono formati man mano che il gioco cambiava con il passare del tempo.

In Italia la “macchina rugby” ha il motore ingolfato e questo è sotto gli occhi di tutti. Mentre in Inghilterra si trovano campi sintetici nei cortili delle scuole medie, da noi non è raro trovare terra battuta simile a pietre anche in Serie B, solo per fare un esempio.

Il discorso infine è diverso per quanto riguarda la Francia: la storia coloniale ha fatto in modo che il bacino d’oltralpe potesse essere enormemente integrato da giocatori provenienti da un meltin’ pot che ha portato a grandi risultati tanto nel rugby (vedasi la vittoria ai quarti di finale del mondiale 2007 con gli All Blacks e  la finale del 2011, stavolta persa, sempre con i neozelandesi), quanto in altre discipline come il tennis (Tsonga, Monfils) e  il calcio (ce ne sarebbero un centinaio abbondante, ma ci limitiamo a citare Zidane, Pogba, Thuram e l’antesignano Just Fontaine, autore di 13 gol in una sola edizione del mondiale, quella del 1958).

Vero, l’Italia ha potuto contare sull’apporto di tanti giocatori nati in Argentina da famiglie italiane (su tutti Diego Dominguez, Martin Castrogiovanni e Sergio Parisse), ma ora, con un movimento puma in ascesa e uno azzurro in difficoltà, sarà così facile reperire giocatori di quella qualità?

In definitiva, non possiamo accendere la tv, vedere il risultato e arrabbiarci, perché dietro quel risultato c’è una storia, c’è il lavoro costante di una squadra che affronta ogni volta degli avversari che si trovano più in alto nel ranking e che ambiscono ogni anno, chi più, chi meno, al dominio sul mondo ovale.

Possiamo invece ringraziare i ragazzi che scendono in campo e onorano la maglia al massimo delle loro possibilità, tra carenze, infortuni e tantissimo lavoro.

La crescita c’è: la strada è accidentata, ma ampiamente percorribile. Dobbiamo solo dare tempo al nostro movimento, il tempo che gli altri hanno avuto cinquant’anni fa.

 

Di Alessandro Ferri

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