Rory, Best 0 1244

Rory ha la faccia bitorzoluta tipica di quei tipi che hanno la frontiera nell’anima e il rugby nel cuore. Rory è nato 37 anni fa a Poyntzpass, un villaggio che conta poco più di seicento abitanti dove sembra sia nato anche William Hare, un serial killer che, assieme al suo partner William Buke, terrorizzò Edimburgo tra il 1827 e il 1828, uccidendo almeno sedici pesone.

Fratello minore di Simon, entrambi hanno vestito la maglia verde della nazionale irlandese di rugby, che è già evento raro se si nasce nella “parte sbagliata” d’Irlanda, quella delle sterline e della Regina.

Simon, quattro anni più grande deve chiudere la carriera a nemmeno trent’anni a causa di una malformazione cardiaca riscontrata a Bordeaux, nel bel mezzo di una Coppa del Mondo che per lui si trasforma da sogno in tragedia, ma Rory è diverso.

Cioè, intendo, è diverso anche solo a vederlo: non altissimo, prototipo perfetto del tipico tallonatore, orchesco nelle movenze, ma con un sorriso contagioso. Non è raro vederlo piangere durante l’inno che unisce le due anime dell’Irlanda, quell’Ireland’s Call che copre di verde secoli di lotte, di sangue, di morti, come fosse il filo che unisce uno strappo quasi irreparabile fuori dal campo.

Rory è diverso soprattutto perché è un talento fuori dal normale, perché è forse il lanciatore di touche più bravo del mondo, il primo tallonatore capace di vivere gli anni del grande cambiamento del rugby riuscendo ad adattarsi alla perfezione alle logiche del dinamismo che costringono i giocatori di mischia a vivere un’esperienza di gioco totalmente diversa da quella vissuta dai loro predecessori.

Eppure Rory, cuore grande, testa avanti, faccia allegra, non è solo questo. Rory è la bandiera di Ulster, una squadra che è manifesto della provincia irlandese dove la lotta si è fatta più dura, dove si sente forte la distinzione tra “noi” e “loro”, dove l’Irish Republican Army, l’IRA, ha messo le basi e dove i morti si sono contati di decina in decina.

Con Ulster Rory vince una Celtic League nel 2006. Poco, effettivamente poco per un giocatore del suo talento, ma Rory non vuole lasciare casa per cercare più soldi e più trofei. Rory l’irlandese vuole stare bene.

Il 2009 è l’anno della svolta: la nazionale irlandese allenata da Declan Kidney va in Nordamerica per una tourneé che la vedrà contrapporsi a Stati Uniti e Canada. I verdi sono privi di tantissimi giocatori, convocati dai British & Irish Lions e Rory viene scelto come capitano. È la prima volta per lui, che tornerà stabilmente capitano della selezione irlandese solo nel 2016, al ritiro di Jamie Heaslip.

 

Rory, uomo del piccolo Nord, diventa così guida di una selezione sì unita, ma fortemente “meridionalizzata”. Nessuno se ne lamenta: Rory è patrimonio d’Irlanda. Fine.

La sua carriera passa attraverso 124 caps, due tour con i British & Irish Lions, quattro Sei Nazioni vinti, di cui due facendo il Grande Slam (2009 e 2018), 145 presenze con Ulster, quattro partecipazioni alla Coppa del Mondo, la prima con la grande paura per le condizioni del fratello Simon.

La carriera di Rory è finita sabato, con una bruttissima sconfitta con gli All Blacks che ha costretto ancora una volta l’Irlanda a fermarsi ai quarti di finale del mondiale. La carriera di Rory è stata un viaggio incredibile con casa sempre al centro.

La carriera del miglior tallonatore degli ultimi 30 anni finisce qui.

La carriera di Rory, Rory Best, da Pontyzpass, Ulster, Irlanda.

Di Alessandro Ferri

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