Amarcord: Marco Bortolami racconta la prima vittoria italiana a Murrayfield 0 715

©Stu Forster/Getty images

Ogni delinquente della palla ovale comincia a sentire il clima di Guinness Sei Nazioni con almeno 10 giorni d’anticipo, proprio come un bambino che aspetta Babbo Natale, seduto di fronte all’albero pieno di speranza e fiducia. La prima tappa italiana nel 6 Nazioni 2019 è Murrayfield (il 2 febbraio, ore 15.15 CET): nella storia del torneo per nazioni più prestigioso nel mondo occidentale, abbiamo battuto la Scozia 7 volte su 18 incontri disputati (la prima volta sul terreno del Flaminio grazie al piede di Dominguez, e l’ultima nel 2015, proprio ad Edimburgo).

Ma il primo storico precedente è avvenuto il 24 febbraio del 2007, quando l’Italia rifilò una sonora batosta agli scozzesi in un perentorio 17 a 37: la migliore vittoria italiana e il primo trionfo fuori casa nel torneo delle 6 Nazioni.

La racconta un certo Marco Bortolami, che ha guidato l’Italia in quella spedizione gloriosa con il grado di capitano, un vero e proprio mostro sacro del nostro rugby. Per lui parlano i numeri, e credetemi, sono davvero logorroici: terzo per numero di presenze in Azzurro con 112 caps totali (39 di questi con il grado di capitano), il più giovane capitano della Nazionale Italiana (a soli 21 anni, in Italia-All Blacks, nel 2002), dal 2006 al 2010 ha giocato a Gloucester, in Premiership (di cui è stato anche capitano, e con cui ha guadagnato una finale di Premiership nel 2006-2007, persa poi contro Leicester). Per non farsi mancare nulla, nel 2011 è stato convocato dai Barbarians. Ha chiuso la carriera da giocatore alle Zebre (capitano anche qui), e ora allena la mischia dei Leoni, insieme a Fabio Ongaro. Direi che può bastare così.

Chiuso il capitolo che riguarda numeri e statistiche, può cominciare il momento Amarcord.

<In quegli anni, c’era stato qualche cambio nella schiera dei convocati – esordisce Marco Bortolami – ma il nocciolo del gruppo era quello storico: giocavamo insieme dal 2001, abbiamo disputato anche la Coppa del Mondo nel 2003 e quindi eravamo un gruppo molto maturo. Non ricordo tutti i dettagli del pre-gara, ma di sicuro il risveglio muscolare, quella mattina, appena fuori dall’albergo: mi è rimasta impressa la frase che ho detto ai miei compagni, mentre eravamo tutti stretti in cerchio. “Ricordate la miglior partita che avete mai giocato, e ripetetela!”>.

E non era la peggiore Scozia mai vista: insomma Cusiter, Paterson, Dewey, Southwell, …

<E non era la peggiore Scozia di sempre. Al tempo giocavo a Gloucester con alcuni di loro: non ne hanno mai fatto mistero, avevano preparato la partita con l’intenzione di spazzarci via, aprendo il gioco per batterci sugli spazi allargati, ma questo li ha esposti tantissimo alla nostra pressione difensiva>.

Ma succede l’imprevisto: dopo 7 minuti, siete sopra 21 a 0!

<In quell’occasione, anche dopo la nostra seconda meta, dalla panchina scozzese continuavano a mandare dei messaggi affinché loro rimanessero sul game-plan dettato da Frank Hadden, cioè usare la larghezza degli spazi. Diciamo che dopo la nostra terza marcatura si sono ravveduti, ma la crepa sulla partita era già stata aperta. E ritrovarsi in vantaggio a Murrayfield per 21 a 0 dopo 8 minuti, era una situazione nuova per tutti, che non ci siamo mai trovati a gestire. Sentivamo una gran pressione, e partite del genere puoi solo perderle, se non sei capace a gestirle emozionalmente. Ma è stata una pressione positiva: eravamo vantaggio e dovevamo condurre la partita fino alla fine. C’è stato un momento in cui gli scozzesi sembravano rientrare in partita, ma con la nostra ultima meta (segnata da Alessandro Troncon, al 35’ del secondo tempo, ndr), abbiamo chiuso i giochi. Avrebbero potuto sfruttare meglio l’uso del piede, andando per i pali piuttosto che calciare in touche per cercare la meta: siamo stati davvero bravi in difesa, non lasciando segnare. Sembra semplice, detta così, ma è molto più complicato di quanto si possa immaginare>.

E di ritorno a Gloucester, ne hai parlato con un certo Chris Paterson…

<Si, ne abbiamo parlato, e alla fine mi ha spiegato la storia del loro game-plan, che non ha funzionato. Ma era già un’Italia che comunque non sorprendeva più: avevamo pareggiato in Galles nel 2006, quando abbiamo rischiato di vincere a Cardiff, sfumata con quel famoso calcio da 40 metri negli ultimi minuti (11 marzo, Millenniun Stadium, piazzato di Stephen Jones che ha riportato il risultato in parità, ndr). Insomma, l’Italia si stava ritagliando uno spazio nel rugby che conta. Anche a livello di prestazioni dei singoli giocatori, molti sono stati quelli che hanno saputo contribuire nei grandi club europei: avevamo guadagnato un grande rispetto>.

Parte un nuovo capitolo: come vedi l’esordio di questa Italia contro questa Scozia?

<È davvero una grande opportunità, ma non sarà sicuramente facile: questa Scozia vive un grande periodo di forma, Gregor Townsend è un allenatore ambizioso, e la sua Nazionale rispecchia questa caratteristica con il rugby che gioca. Posso però dire che ci hanno sempre sofferto. Le prestazioni tra franchigie italiane e scozzesi hanno dimostrato una cosa: che siamo competitivi. Considerato questo, sarà comunque difficile, ma se l’Italia sarà brava, può togliersi una grande soddisfazione>.

Sei quindi fiducioso, in ottica di questo 6 Nazioni?

<Fiducia deve essercene, ma bisogna anche essere realisti: viviamo anche noi un gran periodo di forma, ma come abbiamo fatto in Benetton, dobbiamo cercare di migliorare ancor di più l’approccio mentale. Non solo nel giocarle, ma anche nel preparare le partite: dobbiamo allenarci come i migliori giocatori del Mondo e con il desiderio di diventarlo, visto che comunque ci confrontiamo proprio con loro. Non dobbiamo avere paura di essere ambiziosi, ma sempre ben consapevoli che la strada da fare è ancora tanta: lavoro e fiducia servono molto, per essere competitivi. Quindi si, siamo fiduciosi e più confidenti, ma dobbiamo essere realisti e scendere in campo con un approccio spietato>.

Di Alessandro Vecchiato

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