Siya Kolisi: il coraggio di essere uomo 0 1881

Le dichiarazioni del primo capitano di colore della storia degli Springboks hanno rappresentato un vero scossone per un paese – e uno sport – che dal 1995, anno dello storico mondiale vinto in casa e davanti a Nelson Mandela, non ha ancora fatto pace con la sua storia e forse con se stesso

Dichiarazioni arrivate come un fulmine a ciel sereno quelle pronunciate da Siya Kolisi capitano del Sudafrica in merito alle Quote nere previste in nazionale. “Non credo che Mandela le avrebbe sostenute, anche se ovviamente non l’ho conosciuto per dirlo. Su queste cose non si possono mettere numeri predeterminati. Se si vuole parlare di cambiamento, bisogna partire dalla base; li il talento esiste e va alimentato. Io non voglio pensare di essere stato scelto per il colore della mia pelle: questo non gioverebbe nè a me nè ai miei compagni. Dei tentativi si potrebbero fare magari in Currie Cup, ma più il livello si alza più la cosa diventa difficile. Qui in Sudafrica vogliamo cambiamenti e risultati, tutto insieme, ma non è facile“.

Lo scossone provocato dal primo capitano di colore della storia degli Springboks è stato molto forte, non solo perché ha toccato un tasto sul quale il Sudafrica è molto sensibile, ma anche perché lo ha fatto citando un simbolo, colui che ha rappresentato la nascita della Rainbow Nation e la fine dell’apartheidNelson Mandela. Insomma, Kolisi, si è espresso contro una norma vista necessaria per l’integrazione dei giocatori di colore in nazionale ma che si starebbe rivelando discriminatoria per gli atleti bianchi. E per farlo la terza linea degli Stormers ha scomodato niente di meno che il padre della Nazione Arcobaleno.

Ma andiamo con ordine. Sono passati ormai 24 anni da quando François Pienaar, capitano del Sudafrica di allora, alzò al cielo la Web Ellis CupJohannesburg e strinse la mano a Mandela primo presidente di colore eletto democraticamente nel paese. Era il 1995, e solo un anno prima, era ufficialmente terminato il regime dell’apartheid Madiba, dopo essere stato in galera per essersi opposto alla dittatura, fu pronto a guidare la nazione nel segno dell’unità e nella pacificazione. Un nuovo inizio per il Sudafrica e anche per gli Springbok della palla ovale che all’epoca avevano tra le file un solo giocatore di colore: Chester Williams.

Esattamente 20 anni dopo, nel 2015, la South Africa Rugby Union (SARU, la federazione sud africana di rugby) ha stilato lo Strategic Transformation Plan (STP) un documento che ha validità fino al prossimo mondiale che si disputerà quest’anno in Giappone. Il provvedimento si è posto l’obiettivo quadriennale di presentare una nazionale, in occasione della massima competizione ovale, composta per il 50% da giocatori di colore. Le affermazioni dell’ex presidente della SARU, Oregan Hoskins, furono: “È stato un lavoro complesso e non bisogna fermarsi davanti alle quote. Il documento riflette sei dimensioni diverse e 71 indicatori diversi. Vogliamo introdurre al gioco 150mila bambini delle scuole primarie entro il 2019, accreditare 1.500 nuovi amministratori e dirigenti, aumentare tra questi ultimi il numero delle donne del 40%. E aumentare la rappresentanza della popolazione di colore nelle nostre selezioni. Oggi la maggior parte dei tifosi e dei giocatori di rugby in Sudafrica sono neri. L’84% dei giocatori U18 di questo paese sono di colore e li vogliamo parte attiva del gioco anche nell’alto livello“.

Tuttavia, gli scarsi risultati del Sudafrica degli ultimi anni, hanno riaperto la questione. In molti hanno attaccato il STP, definendolo un dispositivo che genera una sorta di razzismo al contrario e cioè a danno dei bianchi. Si è diffusa l’opinione secondo la quale, non devono esserci imposizioni di nessun tipo. Un tecnico deve essere in grado di selezionare i giocatori che vuole e che ritiene più forti, a prescindere dal colore della pelle. E se sono per la maggior parte bianchi, pazienza. Insomma, in Sudafrica, la polemica tra chi sostiene le Quote nere e chi la meritocrazia è più accesa che mai.

Kolisi avrà gettato acqua o benzina sul fuoco? Lo scopriremo, di sicuro – da capitano – si è assunto una grande responsabilità e chissà che tutto ciò non gli dia una bella spinta per conquistare il prossimo Laureus Sport Award  (premi annuali assegnati a febbraio ad atleti di varie discipline) come miglior momento sportivo dell’anno per il suo esordio da capitano degli springboks. Ma siamo sicuri che il suo obiettivo è un altro: essere il primo capitano di colore della storia del Sudafrica ad alzare al cielo la Coppa del Mondo. Un successo che potrebbe dare al paese un enorme contributo affinché si risolva la vicenda. Senza scomodare Mandela che dall’alto farà il tifo per gli Springboks con quel dolce sorriso che tutti ricordano.

Di Andrea Aversa

 

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