Rugby & Veneto, un binomio spiegato da Munari 0 3080

Ci è stata posta una domanda poco tempo fa sul nostro gruppo “Piloni ed altre creature leggendarie” e noi Delinquenti prendiamo a cuore i vostri bisogni. Così per oggi, Delinquenza Ovale si trasformerà nello studio di SuperQuark mentre Vittorio Munari sarà il nostro Piero Angela del rugby made in Veneto.
Giornalista, allenatore e ancora prima giocatore di varie squadre venete (dal Petrarca Padova passando per la maglia di Casale sul Sile) con immense parentesi nel resto del mondo tra Sydney e la Nuova Zelanda. Infiniti i suoi progetti per il rugby giovanile e il rugby in questa regione di poenta e sopressa fin dal 2000 (e non solo).
In Inghilterra lo sport della palla ovale è più concentrato al sud, così come in Francia aggiungendo Clermont e Parigi che allargano gli orizzonti. In Sud Africa è frazionato in piccole aree (se non addirittura solo in quartieri) e forse, l’unico Paese dove il rugby sia diffuso su tutto il territorio, è probabilmente la Nuova Zelanda. La stessa cosa degli Stati citati sopra (esclusa ovviamente la patria degli All Blacks) è successa anche in Italia, dove il settentrione l’ha fatta da padrone e, più nello specifico, il nord-est. E così ora siamo qui a raccontarvi il perché di questa radicalizzazione e perché la patria di Battaglini e Memo Geremia sia sì “faro e punto di riferimento” ma anche una regione che comincia a soffrire.

C’è chi mette in relazione Veneto e rugby per lo spirito di sacrificio, per i valori veri e genuini dei contadini delle campagne della Pianura Padana e che legano questa terra con i principi dello sport della palla ovale. Tu Vittorio cosa ne pensi? E’ vero che i valori dei vecchi veneti sono quelli alle fondamenta del rugby?
“Si, ma non lo andrei a circoscrivere solo così. Nel Veneto il rugby ha attecchito a varissimi livelli e in diverse situazioni da un punto di vista sociale. In Veneto ha attecchito per i valori sì genuini del popolo veneto e dello spirito di sacrificio dei contadini della regione, ma anche per caratteristiche trasversali: era anche il rugby di proletariato come lo è stato a Rovigo e in altre realtà.”

Ecco, mi hai anticipato la domanda successiva!
Prima grazie ai soldati inglesi presenti su suolo italiano che portarono la palla ovale nello stivale durante la Prima Guerra Mondiale, poi grazie al Guf – Gruppo universitario fascista. Il rugby si diffuse prima con la squadra dei Leoni di San Marco (90 anni lo scorso anno dalla loro fondazione) per poi radicalizzarsi presso Il Bo e diventare uno sport per “aristocratici di cuore e di pensiero”, educativo ma allo stesso tempo “uno sport di combattimento”. Questo a Padova mentre a Rovigo riuscì ad insediarsi perché fu visto come la rivincita, il riscatto di contadini, facchini e ragazzi volenterosi di far sentire all’Italia la propria voce. L’italiano “paradosso originario del rugby, sport che nasce all’interno di élite aristocratiche ma che presto si diffonde negli strati meno abbienti, nella working class, grazie soprattutto alle sue caratteristiche intrinseche di brutalità”. Connotazioni diverse, stesso spirito guerrigliero. Cosa differenzia gli atleti di Rovigo, di Petrarca, Benetton, Vicenza, Casale sul Sile, Mirano, Valsugana (e chi più ne ha più ne metta) gli uni dagli altri? E cosa invece li accomuna?
“Ad inizio secolo scorso il rugby era uno sport ludico, di divertimento. Era giocato secondo lo spirito vittoriano, britannico, era giocato nelle università. Poi la storia ci dimostra che ha attecchito in luoghi diversi, come nel proletario Galles. In Italia ha fatto una cosa simile: è arrivato attraverso gli studenti universitari, prima a Milano, poi Padova. Da Padova il seme è stato portato a Rovigo e lì ha attecchito in un quartiere (San Bortolo, il quartiere di Battaglini) e ha dato una nuova vita, una rivalsa alla gente. Il rugby a Rovigo ha passato un po’ la storia e le dinamiche attraversate dal Galles all’inizio. E poi è arrivato il turno di Treviso.
Se prendi Rovigo, proletaria e latifondista, e la Padova universitaria del collegio Antoniano dei Gesuiti sono due mondi all’opposto. Tant’è vero che quando io parlo del rugby veneto, riferendomi alle società negli anni in cui furono più splendenti (ma anche ora a mio avviso si può accettare l’idea), il Rovigo sta al Galles, come Padova all’Inghilterra e Treviso alla Francia. Per interpretazioni, modi di fare, per modo di godere di questo sport. Ed è bello avere un microcosmo rugbistico così all’interno di una sola regione.”

Molti suppongono che i veneti siano stati così ricettivi verso il rugby anche perché già predisposti ai “terzi tempi”: birra o un amaro post-partita o al cicchetto in compagnia.
“In Veneto ha aiutato il fatto che negli anni ’70, quando arrivarono i primi gallesi qui, si cominciò ad avere l’idea della club house e della vita sociale. Prima non c’era: si giocava la partita e si andava via. Poi con la club house è uscito il terzo tempo e con il terzo tempo questo modo importato dai gallesi e dai tedeschi. E dov’è che ha attecchito la club house? Nello spirito di solidarietà, di associazione tipico dei paesi veneti (ma anche di altri). Il fatto di aiutare il prossimo e dell’associazionismo insieme al rugby si sono fusi e a volte hanno premiato e dato soddisfazione sia all’essere veneto che all’essere rugbista.
Il terzo tempo nel rugby è la socializzazione e il mettere una pietra sopra o addolcire una situazione che in campo non è stata così tra persone che nutrono del rispetto reciproco. C’è tutto un valore nel terzo tempo.”

Come pensi si possano apportare dei cambiamenti importanti nel rugby Nazionale? Il rugby Veneto con il suo gioco, i suoi impianti, i suoi atleti, ecc…può aiutare la crescita del movimento italiano? Se sì, come secondo te?
“Questa situazione di una superiorità tecnica e di qualità veneta rispetto al resto d’Italia è una cosa che è presente dagli anni ’70-’80. C’è sempre stata la supremazia veneta. Dagli anni ’80 ad oggi il 33% dei giocatori della Nazionale sono veneti, il 33% stranieri equiparati e il restante 33% del resto d’Italia. È sempre stato così, non è una cosa che è nata ora. Noi ora siamo in sofferenza, stiamo soffrendo così come sta soffrendo il resto d’Italia. L’Italia ha perso Catania e nessuno ha fatto una piega, ha perso Napoli, La Partenope, ha perso L’Aquila e non gliene frega niente a nessuno, abbiamo perso metà Italia.
Guarda le squadre dell’Eccellenza: Lazio e Fiamme Oro al centro, poi una squadra in Toscana e una in Emilia, 2 in Lombardia e le rimanenti 6 in Veneto. Sarà mica l’Italia questa? Ovvio che il Veneto in questo caso sia dominante.
Ma adesso la vera differenza è che il rugby nel Veneto, nonostante una perdita di interesse generale (perché questo è evidente), tiene ancora botta perché è ancora collegato al tessuto dove ha intrecciato le sue radici dall’inizio. Se io potessi decidere per il rugby italiano non fermerei il Veneto con delle regole che sono le stesse per il resto del rugby italiano, perché per il gioco fatto in questa regione sono dei freni. Se in altri posti il rugby attecchisce meno e soffre mettiamo delle situazioni vantaggiose per loro. Ma allo stesso tempo lasciamo che chi ha le capacità e le abilità corra con le proprie gambe.”

Mi hai anticipato di nuovo la domanda.
Ormai anche nel massimo campionato Nazionale, il Veneto la fa da padrone: dall’inizio della competizione della “Divisione Nazionale” o ex “Eccellenza” nel 1928, la regione di poenta e sopressa porta sulle spalle il 41% delle vittorie in 89 campionati. Senza togliere il fatto che è solamente dal ’50 che, grazie a Rovigo, il Veneto comincia a vedere delle vittorie in patria. E, ormai, con l’inserimento delle ultime due squadre all’interno della competizione del TOP12 (Valsugana e Verona) ogni weekend c’è un derby veneto. Che ne pensi di questi continui scontri a livello regionale ad un così alto livello? E pensi che, in un qualche modo, il Veneto possa isolarsi e giocare tra poco una competizione tutta regionale al livello del TOP12 o che si stia già isolando per capacità e possibilità all’interno dei propri confini?
“È una cosa che esiste da 20 anni, ma se il campionato lo portassero a 30 squadre ce ne sarebbero ancora più di venete. Perché più giù vai nella piramide più vedi le lacune che ci sono. Va bene vedere le lacune e prenderne atto ma è vero anche che non puoi fermare qualcuno che può continuare a correre mettendolo a livello con gli altri. C’è una densità rugbistica nel Veneto che è pari solo a quella della Lombardia, poi dietro c’è l’Emilia e poi, lasciamo perdere…Tra il Veneto e Lombardia c’è una diversità qualitativa in favore del Veneto. Quindi ci sono la maggior densità e la maggior qualità e questo deve essere lasciato correre.”

Invece per il PRO14 c’è il Benetton Rugby Treviso: una squadra che in questa stagione 2018/2019 sta dando i suoi frutti e anche soddisfazioni ai tifosi.
“Il rugby veneto non ha mai avuto un presidente di federazione, il rugby veneto è sempre stato colonizzato. Mai sfruttato per quello che dava e che invece sarebbe potuto essere come un punto di riferimento. Ma anche un laboratorio, un tentativo di andare avanti. Questa situazione la sta facendo Treviso. Ma Treviso è da 20 anni che è la punta di diamante del rugby italiano e l’unica squadra che funziona in Italia. Il Veneto, con il Treviso, riuscendo a coniugare risorse/soldi e know-how con una facilità disarmante è diventato punto di riferimento. È da sempre che è così perché in Italia non riesce nessuno a fare una cosa del genere.
Ma ora il rugby italiano sta rinascendo grazie alla femminile. Ma questo è un altro discorso e ne parleremo più avanti.”

Quindi si può dire che il Veneto ora come ora è la regione, la colonna portante del rugby italiano?
“Se qualcuno scopre che il Veneto adesso è il punto di riferimento per il rugby italiano auguri a lui! Io lo so da 30 anni. È sempre stato così, l’unica cosa che cambia è che la restante parte del rugby italiano è miseramente crollata in molti capi saldi (Aquila, Catania, Napoli e Milano stessa) e nel rugby veneto si tiene più botta perché c’è una maggiore densità. Ma si sta soffrendo anche qua.
La realtà del rugby veneto è che ha un tessuto di base che è buono (anche se si sta lacerando) rispetto al resto dell’Italia. Perché in Veneto il rugby morirà sempre dopo rispetto agli altri ma stiamo soffrendo anche noi nonostante abbiamo delle qualità intrinseche.

Di fondo è questo: il Veneto è sempre stato trainante, non ha mai avuto un presidente e chi è stato in Federazione spesso l’ha usato ma non l’ha sfruttato per quello che poteva dare al rugby italiano nella sua totalità. Che quello che poteva dare al rugby italiano non è il numero dei giocatori o altre cose ma è quello di essere faro e punto di riferimento. Cosa che non può essere fatto dalla Benetton perché nessuno ha le potenzialità economiche e di know-how di tale squadra. Gli esempi devono essere qualcosa che puoi fare, che puoi raggiungere e in caso sorpassare, non qualcosa di irraggiungibile.

 

di Chiara Bustreo

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