Simone Favaro, ovunque proteggici 0 1369

Quando sabato pomeriggio l’arbitro ha fischiato la fine di Fiamme Oro-Petrarca (finita 24-27 per i veneti), mentre gli ospiti festeggiavano i playoff e i romani chiudevano una stagione che forse poteva dare qualcosa in più, ma che è stata abbastanza lineare, un uomo, il più rappresentativo dei cremisi, salutava il suo pubblico, conscio di smettere con il rugby giocato.

Simone Favaro da Treviso, flanker cui questa redazione ha attribuito poteri mistici in più occasioni, ha detto basta a nemmeno 31 anni dopo una carriera esaltante tra club, nazionale e Barbarians: una carriera in cui ha saputo mettere se stesso al centro di ogni progetto di cui ha fatto parte, facendo forza sul suo carattere e sulla sua naturale predisposizione al gioco a viso aperto (senza dubbio quello che ci ha fatto innamorare di lui).

Il suo ritiro giunge come un fulmine a ciel sereno, ma, così come quando ha deciso di fare un carpiato all’indietro, al termine del suo contratto con Glasgow, la sensazione è che Simone sia ben conscio dei rischi connessi a questo e che abbia scelto pensando a un futuro migliore per sé stesso.

Il rugby logora fisico, mente e spirito più di qualsiasi altro sport ed è possibile che un campione possa sentirsi schiacciato dal mix di sollecitazioni, concrete o astratte, che popolano una carriera ricca di momenti alti e bassi, come è stata quella del flanker trevigiano.

Favaro ha rappresentato (e ancora rappresenta) un punto di riferimento per il pubblico del rugby italiano, che raramente trova nelle proprie fila giocatori di questa caratura e che, quando succede, si aggrappa a loro con mani e piedi, sperando di essere trasportati via dal gorgo di sconfitte e punti bassi che purtroppo la nazionale vive da qualche anno.

Simone non ci è riuscito del tutto, ma nel suo incedere ha messo più del 100% e questo lo rende un intoccabile, uno dei gladiatori della palla ovale, nonché, a livello strettamente tecnico, uno dei giocatori più esteticamente soddisfacenti che abbiano vestito la maglia azzurra negli ultimi 15 anni.

La sua rapidità nei placcaggi, il suo gioco difensivo e l’aggressività palla alla mano hanno creato nell’immaginario collettivo la figura del “tagliola”: un pericolo pubblico sempre pronto a seminare il panico sul campo da rugby e non possiamo non ringraziarlo per questo.

Ci vuole coraggio a rinunciare a una carriera di livello per ritrovare sé stessi, per pensare al proprio futuro e per poter, finalmente, guardare il rugby con un altro occhio: sempre innamorato, ma meno stanco.

In “The Departed”, Frank Costello, interpretato come sempre magistralmente da Jack Nicholson dice “Io non voglio essere un prodotto del mio ambiente, voglio che il mio ambiente sia un mio prodotto.” Beh, l’ambiente di Simone Favaro, quello in cui si è mosso, in cui ha regnato e che ora sta salutando, non lo ha mai condizionato. È Favaro che ha segnato il rugby italiano, non il contrario e questo, a conti fatti, è l’unica cosa che conta.

Dunque che altro dire: arrivederci al rugbista Simone Favaro e diamo il benvenuto all’Agente Tagliola, con la speranza che nessun ladro provi a scappare da lui. Non sarebbe una scelta saggia.

Di Alessandro Ferri

 

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