Ti prego non mi uccidere il mood, dai! 0 1102

Il Presidente della Federazione Italiana Rugby, Alfredo Gavazzi, sembra aver perso di vista l’importanza delle prossime elezioni e forse, il concetto stesso di “consultazione democratica”.

Andiamo con ordine, ma senza dilungarci troppo: Nei giorni scorsi, il board che guida FIR ha, tramite comunicato stampa che riporta le dichiarazioni di Gavazzi, spiegato che si atterrà alle disposizioni del CONI e del Ministero dello Sport per quanto riguarda il rinvio delle elezioni, ma ha concluso il documento riportando una frase del presidente in carica che bolla l’appuntamento come di importanza “secondaria”.

Questo ha ovviamente scatenato le ire dei contendenti alla carica, che vedono nell’esternazione un tentativo di mantenere il potere senza passare dalle urne, in un confronto dall’esito che potrebbe essere tutt’altro che scontato.

Ancor più assurda, in un panorama che appare devastato da anni di gestione che sembra aver fallito sui fronti più disparati, è la serie di tweet, culminati con l’infausta uscita “Marzio (Innocenti, principale contendente di Gavazzi alla presidenza FIR, ndr.) avrà le sue elezioni.”

Una frase davvero discutibile: Gavazzi e il suo staff dovrebbero capire che le elezioni non sono “di Marzio”, ma sono di tutti, lui compreso. Passare per una consultazione elettorale è l’atto naturale di ogni processo democratico e negare questo processo significa inderogabilmente tentare di mettere le mani de imperio su un movimento moribondo, senza avere, dopo 8 anni di gestione definibile senza alcuna ombra di dubbio fallimentare, la benché minima volontà di rifondare il rugby in Italia.

Il nostro sport vive una crisi profondissima causata da fattori concomitanti: la mancanza di un programma di sviluppo al sud, il fallimento della gestione di Franco Ascione per quanto riguarda la direzione dell’Area Tecnica, le carenze strutturali, la discutibile presenza di due franchigie italiane nel Pro14 – campionato in cui le squadre più blasonate (leggasi ad esempio “Leinster”) schierano sistematicamente le seconde scelte, mentre noi continuiamo a dar spazio ai nostri top players: in questo modo come pensiamo di allenare i nostri talenti a sfide internazionali di livello? – e, soprattutto, il totale depotenziamento del nostro campionato domestico, quel Top12 riguardo il quale, a oggi, non si hanno informazioni circa la struttura, la data di partenza e – a dispetto del nome abbastanza esplicativo – il numero delle squadre partecipanti.

Una serie di problematiche enormi che se non sono state risolte oggi, difficilmente lo saranno domani da parte dell’establishment federale odierno, che però continua a comunicare quanto il rugby sia (testualmente) una passione italiana.

Per raccontare al meglio questa situazione paradossale in cui la Gavazzi Gang tenta di sedere a un tavolo dei grandi che sembra non spettarci, ci è utile un esempio: qualche giorno fa, nel nostro gruppo “Piloni e altre creature leggendarie“, un utente ha posto un quesito: “vivo in Austria, seguo la Premiership inglese, ma sarei felice di vedere ogni tanto anche il nostro Top12, come posso fare?”.

Credetemi, non ho saputo cosa rispondere: l’app FIR che trasmette solitamente le sei partite del weekend sarà ancora attiva? Se sì, funzionerà all’estero? Ma soprattutto, ci sarà un Top12? Chi lo sa, tutto rimane farraginoso e oscuro.

Tutte queste problematiche e carenze si riflettono inevitabilmente sui risultati della selezione azzurra, che è in crisi di risultati e che non ha dimostrato di saper invertire la rotta nelle tre partite di Sei Nazioni giocate sotto la guida di Franco Smith. Anche in questo caso, la domanda che sorge spontanea è senza risposta: come mai non si è riusciti a formare un solo tecnico italiano con lo standing e le capacità adatte per guidare la nostra nazionale, mentre, solo per fare un esempio, l’Argentina, che all’inizio degli anni 2000 era decisamente inferiore a noi in termini di sviluppo e di gioco, ha saputo plasmare da zero un movimento organizzato, affidando la panchina a un tecnico di caratura elevata come Mario Ledesma? Senza parlare poi del Giappone, che è attualmente un esempio virtuosissimo di successo in campo e fuori.

In netta controtendenza c’è invece la nazionale femminile, che è un gruppo ben guidato (Andrea Di Giandomenico è un genio, fidatevi) e composto da giocatrici talentuosissime, che però, anche in questo caso, non hanno la struttura di un campionato sufficientemente forte da garantire la continuità di risultati che invece sarebbe bene ottenere. Tutto dunque, anche quando la situazione sembra migliore, porta un rovescio della medaglia con un outlook pessimista, come un inquietante muro che prima o poi, se si continua ad andare imperterriti a occhi chiusi per questa strada, si incontrerà: a quel punto di chi sarà la colpa? Del muro che era fermo nella sua posizione o di chi, pur essendo stato avvisato, ci si è schiantato contro con forza per eccessiva confidenza nei propri mezzi?

In definitiva, le incognite di oggi saranno la crisi di domani, dunque le elezioni sono un momento fondamentale per cercare di arginare un declino che appare inevitabile, se si continua con la gestione in questa direzione. Per questo, il tentativo di derubricare la consultazione a un qualcosa di secondario e rinviabile mette timore e spegne l’entusiasmo di chi ogni giorno cerca di cambiare in piccolo le cose: allenatori di provincia, giornalisti, tecnici, giovani atleti, dirigenti caparbi, che ogni giorno mettono una pezza con dedizione e coraggio, spesso con pochissimo aiuto da parte di quella Federazione arroccata in un palazzo distante dal paese reale.

Gavazzi, ti prego non mi uccidere il mood, dai!

Di Alessandro Ferri

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